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L'ODISSEA DI UN DIPLOMATICO DAI BALCANI ALLA SEGREGAZIONE RUSSA. RECENSIONE DI FRANCESCO DE CARIA

07 novembre 2017

In un prezioso volume di inediti e memorie di Claudio e Ugo G. de Mohr

La tragedia dell’8 settembre ’43 ed una terrificante condanna alla morte civile sono lo sfondo di un virtuale dialogo a distanza di mezzo secolo tra padre e figlio, dal quale emerge l’odierno perpetuarsi del “main stream” culturale dei “padroni della memoria”, evocatore di quello che, durante il Ventennio, analogamente ispirava il compatto allineamento dell’intellettualità italiana alla propaganda “di regime”. Questa dichiarazione per molti decenni sarebbe stata fortemente controcorrente e polemica sull’impiego della documentazione, per cui non si dice il falso, ma neppure il vero, omettendo o sintetizzando frasi, sottolineando particolari a discapito di altri, enfatizzando certe figure e sfumando o ponendo in ombra altre, sì da fornire al lettore che non ne ha avuto esperienza diretta un’immagine particolare di periodi storici e personaggi.
Proprio con questa dichiarazione esordisce Odissea di un diplomatico… che diranno i miei figli…, di Claudio e Ugo G. de Mohr (Gangemi Editore, Roma 2017), elegantissimo volume di 560 pagine, corredato di immagini che opportunamente illustrano passaggi del testo. Si tratta dell’inedita odissea di un figlio del secolo scorso, redatta oltre sessant’anni orsono dall’esponente di un universo lontano (…) estraneo alla sensibilità dell’odierno lettore e proprio per questo, a nostro avviso, dall’accentuata valenza documentale. Non è del resto consueto avere a disposizione una documentazione diretta quale quella di Claudio de Mohr, nato nel 1900, cresciuto nel culto famigliare per letteratura, editoria, giornalismo, patriottismo, entrato nel 1918 in Gorizia alla testa del suo plotone di bersaglieri, legionario fiumano, ammiratore di D’Annunzio e poi giornalista e inviato speciale per diverse testate e capo ufficio stampa della Sonzogno e poi a Roma con diversi importanti incarichi nel campo dell’informazione e della cultura, addetto stampa a Bruxelles e in questa veste a Sofia, dove lo colgono gli avvenimenti drammatici, poi voltisi in tragedia del luglio e del settembre ’43: proprio allora si situa l’origine  dell’odissea illustrata nel volume.
Infatti egli ha modo di conoscere e sperimentare gli effetti del “nido di vipere” –  titolo, ispirato a Turgeniev e a Camilleri, di un drammatico capitolo – quanti… fulmineamente toltisi dall’occhiello il distintivo del P.N.F il 26 luglio … si sono adeguati dopo l’8 settembre al… giro di valzer del cambio di alleanza.  Ed anche fra gli aderenti alla R.S.I. gli si rivelano episodi di slealtà… E poi la grande confusione, per cui ad esempio si sovrappongono con inevitabili contraddizioni iniziative della R.S.I. e della Legazione Germanica in Sofia. Nella capitale bulgara – Paese particolarmente legato all’Italia anche per il matrimonio della principessa Giovanna di Savoia con re Boris -  grande prestigio aveva l’Addetto alla Stampa, alla Cultura e alla Propaganda della Regia delegazione italiana, mentre il Regio Consolato d’Italia era scaduto nell’opinione delle autorità e della comunità sofiote soprattutto nel ruolo di dispensatore di passaporti, invece che di rappresentanza diplomatica… Anche in questo frangente accadono episodi di bassissimo profilo.
Alla macrostoria s’intreccia la microstoria: numerosi i momenti descritti dal volume in cui vicende personali dal grande contenuto umano, s’intrecciano – per nulla posti in secondo piano come solitamente la storiografia fa – con la Storia generale. Esempio ne sono le lettere inviate dal protagonista in quella drammatica e confusa congiuntura da Sofia alla famiglia, tramite autorità ecclesiastiche, il reverendo Galloni, responsabile della Pro Oriente in Sofia, che si rivolge alla Segreteria di Stato vaticana, nella persona di tal monsignor Montini, il futuro Papa Paolo VI.
E si racconta del trasferimento da Roma a Malnate della famiglia e il dramma umano di personalità come il generale Martelli… vecchio soldato che all’indomani del 25 luglio… aveva informato mio padre della romantica decisione di impegnarsi nel conflitto da anziano volontario, e aveva poi effettuato… la cosiddetta scelta monarchica, osteggiando la sopravvivenza di un regime che aveva a lungo servito, ma che aveva condannato prima del 25 luglio per averne constatato le storture… E poi l’occupazione sovietica di Bucarest e l’arresto di tutte le persone che si erano rifugiate nella legazione germanica, diplomatici e comuni mortali teutonici,… insegnanti, funzionari di istituti culturali, commercianti, industriali, uomini d’affari ma anche trafficanti (o “trafficoni”) che avevano prosperato all’ombra e a spese dell’alleanza… ed anche poveri diavolacci innocui e insignificanti che, trovatisi isolati… tremanti di paura… avevano abbandonato case, negozi, cure, per riparare… sotto le ali… della Legazione.
In questa confusa situazione veniva promesso ai diplomatici italiani e assimilati che sarebbero stati portati in Italia, ma a causa di ritardi, questi si trovarono assediati, poi trasportati sotto la minaccia delle armi a Bucarest, rinchiusi nelle cantine della villa Neubacker in condizioni bestiali, senza cambi di indumenti e senza cibo. E poi un nuovo viaggio drammatico in aereo in direzione di Mosca, verso l’immenso e pauroso vuoto. E la tragedia non è finita, in un intrecciarsi di vicende di cui sono protagonisti o comprimari personaggi di cui la storia ufficiale non parla, sovente persone comuni; o di particolari quasi ovvi, a ripensarli, ma su cui i comuni libri di storia non si soffermano, e non solo del livello dell’operato del Console italiano a Salonicco Zamboni, che salvò gli ebrei dalla deportazione rilasciando centinaia di Certificati di nazionalità italiana.
La deportazione e il carcere russi non sono certo meno drammatici: la Lefortovskaja elevava la sua mole massiccia e rossastra sull’assedio di vuoto e squallore che la isolava… e dalle celle non si usciva che raramente per l’ora d’aria, 145 ore su 62.000 di segregazione. Ma di tutte queste violazioni dei diritti umani non ha fatto cenno per molti decenni la storiografia ufficiale, denuncia il volume Odissea di un diplomatico in una lucida sintesi: (…) con la catastrofe bellica e la caduta del regime, la piroetta dell’intera intellettualità italiana fece capovolgere il credo ideologico e politico del Paese, trasportandolo dal fascismo all’antifascismo e spesso al comunismo. L’adesione alla sinistra del ceto intellettuale italiano si manifestò in una cultura gestita dal Pci, spesso utilizzando ex fascisti di sicurissima fede…. Soltanto a partire dall’opera di De Felice dal 2000 si squarciò il sipario, offrendo una più onesta rappresentazione della realtà storica e nel 2003 Ernesto Galli Della Loggia sul “Corriere della Sera” sollevò il cosiddetto problema dei padroni della Storia, fra i quali voltagabbana insospettati e venerati come campioni di antifascismo, come Davide Lajolo, vice federale di Ancona che dopo il 25 luglio passò dall’altra parte e a percorrere un’intera carriera di primo piano come esponente comunista.
Su quella segregazione moscovita ci si sofferma per molte pagine, fra l’altro descrivendo le giornate di carcere, la tjurma, dalle sei del mattino col brusco risveglio operato dai carcerieri sino alla notte col sonno disturbato dai gas e dal rumore dei motori della vicina officina aeronautica, quando non dalle urla dei torturati. Solo nel 1947 dopo anni di angosciante silenzio le famiglie dei diplomatici internati a Mosca e del Personale della Legazione dell’ex R.S.I. ricevono appoggio ad opera dell’ambasciatore Manlio Brosio e anche su pressione di una delegazione di donne italiane recatasi a Mosca, si ottiene che in rispetto dell’articolo 71 del Trattato di Pace l’Italia abbia il diritto di aver notizie sulla sorte dei 60mila soldati italiani che mancano all’appello.
Nello stesso anno la famiglia de Mohr ottiene alcuni beni, fra i quali l’automobile, sequestrata a suo tempo e poi, anche per la continua, pressante azione di Brosio e del Segretario generale del MAE Zoppi, che promuovono uno scambio fra prigionieri sovietici, anche responsabili di delitti comuni, e italiani in Unione Sovietica, la promessa della liberazione del congiunto. E’ una vicenda complicata da vari momenti critici, cui sono dedicate numerose pagine ricchissime, come tutto il libro, di riferimenti documentali. Solo nel 1950, il 30 settembre, la famiglia riceve comunicazione telefonica personale, ancora dall’ambasciatore Manlio Brosio, di assicurazione che lo scambio fra russi in Italia aspiranti al rimpatrio e i diplomatici italiani trattenuti a Mosca sarebbe avvenuto al Tarvisio il 3 ottobre. Coi capitoli “Ritorno alla vita”, e il caso di Raoul Wallenberg, diplomatico svedese “scomparso” nelle carceri sovietiche, ufficialmente stroncato da infarto nel 1947, e sulla non ancora serena considerazione del periodo storico preso in esame si conclude il volume, corredato nelle ultime pagine da una ricchissima bibliografia e da un indice analitico prezioso per ricerche mirate.

Francesco De Caria

Claudio de Mohr e Ugo G. de Mohr Odissea di un diplomatico…che diranno i miei figli, Gangemi Editore, Roma 2017, ill. col. e b/n, pp. 560.

 

 
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