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LE GIOIE DELLA CORONA D'ITALIA. TUTTI I SEGRETI DEI GIOIELLI APPARTENUTI ALLE REGINE SABAUDE. VI APERITIVO CULTURALE AIP

06/07/2017
sala Principe Eugenio dell'Associazione Immagine per il Piemonte

Giovedì 6 luglio 2017
Sala Principe Eugenio - Sede AIP via Legnano 2/b, Torino, alle ore 18
VI Aperitivo Culturale - Estate 2017

LE GIOIE DELLA CORONA D’ITALIA.
Tutti i segreti dei gioielli appartenuti alle Regine sabaude nascosti nel caveau della Banca d’Italia dal 1946.

Il tesoro di Casa Savoia è custodito in uno scrigno e consiste in un tripudio di perle, diamanti e pietre preziose, ma il contenuto esatto è conosciuto solo da pochissime persone.

§ § §

 Partecipano e dialogano: Barbara RONCHI della ROCCA, scrittrice, giornalista ed esperta di galateo, Alessandro SALA, collaboratore del blog “Altezza Reale”. Introduce e modera: Vittorio G. CARDINALI, presidente dell’Ass. Immagine per il Piemonte.

Per acquisire elementi certi relativi al cosiddetto TESORO DELLA CORONA si deve avviare una procedura che consenta l’utilizzazione dei gioielli, facenti parte del cosiddetto Tesoro, che si trovano nella “sacrestia” della Banca d’Italia da oltre 70 anni e cioè dalla fine della Monarchia. In tutti questi anni i gioielli sono rimasti chiusi in un unico contenitore, adeguatamente controllato e sottoposto a una sola dettagliata verifica, 40 anni fa, con immediato sequestro da parte della magistratura romana.
I preziosi subirono vicissitudini rilevantissime negli Anni 1943-1944 quando i militari tedeschi subito dopo l’armistizio non riuscirono ad impadronirsene per merito d’alcuni zelanti e coraggiosi funzionari dello Stato Italiano che li nascosero in una grotta sita nei cunicoli scavati sotto via Nazionale, dove appunto ha sede la Banca d’Italia: il tutto avvenne con il consenso del governatore di allora della Banca d’Italia, Vincenzo Azzolini, che utilizzò il lavoro di un muratore, Enrico Fidani, il quale seppe mantenere il segreto durante i lunghi mesi dell’occupazione tedesca.
Fu così che il tutto poté essere recuperato permettendone la consegna, esattamente il 6 giugno 1944, alla Famiglia Reale, nella persona di Umberto II di Savoia nel frattempo divenuto Luogotenente. Esattamente due anni dopo, Umberto II di Savoia (alla vigilia dell’esilio) consegnò i gioielli al Ministro della Real Casa Falcone Lucifero con l’ordine di affidarli all’allora Governatore della Banca d’Italia Luigi Einaudi.
Il Ministro Falcone Lucifero eseguì puntualmente l’ordine il giorno 5 giugno 1946 (poche ore dopo la fine degli scrutini sul referendum Monarchia-Repubblica) consegnando come “deposito volontario a disposizione di chi di diritto” i gioielli a Luigi Einaudi che era accompagnato da Domenico Menichella: il Re alla vigilia della partenza per Cascais con gesto apprezzato non volle infatti privare l’Italia dei gioielli-simbolo, né volle essere chiamato a decidere a chi appartenessero i preziosi.
Al momento della consegna il primo oggetto catalogato e censito, con gli altri, su fogli di carta bollata da 12 lire risulta essere “un grande diadema a undici volute di brillanti, con 11 perle a goccia, 64 perle tonde e 1040 brillanti”, appunto il famoso diadema che appare in tanti ritratti della Regina Margherita e forse anche della Regina Elena: è stato anche scritto, ma non documentato, che primo promotore della raccolta sia stato il re Carlo Alberto.
Sempre secondo le notizie acquisite ufficiosamente i soli brillanti della Corona sono complessivamente 6732 per oltre 10.000 grani: una sola collana, è stato ripetutamente scritto, sarebbe composta di 1859 brillanti o brillantini. In tutto si tratterebbe inoltre di quattro collane, due braccialetti, orecchini, un diadema rilevante ed altri diademi peraltro non numerosi: usiamo il condizionale perché sono state dette e scritte molte cose diverse in proposito.
Nei provvedimenti seguenti alla confisca dei beni della Corona (soprattutto immobili) non si trova traccia di decisioni relative a quel tipo di beni mobili.
Nel 1973 circolarono strane voci circa un uso ingiustificato di taluni gioielli: addirittura sarebbe stata vista, indossata da un’illustre signora romana, una preziosa spilla che Mafalda di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele III e sorella di Umberto II, al momento di salire in treno per essere condotta nel campo di concentramento nazista di Buchenwald (dove trovò tragica e commovente morte) portava sulla giacca e che avrebbe consegnato ad una fra le persone che l’accompagnarono alla stazione ferroviaria di Roma.
Venne allora eseguita una ricognizione molto accurata da parte del magistrato Scopellitti della Procura della Repubblica di Roma che, accompagnato dal Capitano Varisco (sono tragicamente scomparsi entrambe: la prima vittima di un agguato mafioso, il secondo del terrorismo) e dal gioielliere Bulgari, controllò che tutti i gioielli fossero presenti (e lo erano) nel grande contenitore avvolto, ora, da una fascia di tela cerata sulla quale sono stati apposti adeguati sigilli di ceralacca.
Il magistrato ordinò il sequestro dei monili. Da allora i gioielli sono ancora sottoposti allo stesso provvedimento giudiziale come risulta anche da una nota del Segretario Generale del Quirinale, che definisce la Banca d’Italia “il mero custode del deposito chiuso”.

 
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